la Cardiologia

Le malattie cardiovascolari sono ancora al primo posto di causa di morte nelle popolazioni industrializzate, malgrado i “provvedimenti”a livello preventivo e terapeutico. E’ tutto inutile? No. Solo pensare di risolvere i problemi di salute presenti o futuri con i soli farmaci o meglio su sussidi esclusivamente esterni al nostro organismo è una pia illusione. Il cuore è un muscolo e come tutti i muscoli per funzionare ha bisogno del carburante ed a differenza di tutti gli altri predilige il grasso. E’ una pompa e per funzionare sempre ha bisogno di “manutenzione” attiva. Questo significa che dobbiamo conoscere, come in un motore a scoppio, quando e perché si formano le “incrostazioni alle valvole”, quando e perché perde compressione, quando e perché si ferma. La tartaruga gigante delle Galapagos vive 180 anni ed il suo cuore ha una frequenza cardiaca di 6 battiti al minuto, mentre il Colibrì ne ha 600 al minuto e vive pochi mesi. Tuttavia nell’arco della loro vita i loro cuori hanno fatto lo stesso numero si battiti.

Massima assunzione di ossigeno: una sintesi delle interazioni cardiovascolari – respiratorie

Durante l’esercizio muscolare la fornitura di un quantitativo addizionale di ossigeno ai muscoli entrati in attività e l’eliminazione della maggior quantità di anidride carbonica che viene prodotta, dipendono da una precisa integrazione delle funzioni cardiovascolare e respiratoria. Quando un soggetto viene sottoposto a carichi di lavoro progressivamente crescenti, si verifica un incremento lienare della quantità di ossigeno assunto dalle cellule muscolari, fin quando non viene raggiunto un punto superato il quale un ulteriore aumento del carico di lavoro non porta più alcun incremento dell’assunzione di ossigeno. Questo punto corrisponde a quella che vienen definita “massima assunzione di ossigeno” (o massima captazione o anche massimo consumo di ossigeno oppure VO2max). Carichi di lavoro superiori a detto valore possono essere sostenuti soltanto per periodi assai brevi, in quanto i muscoli in questo caso utilizzano in larga misura la glicolisi anaerobica fonte di un forte aumento della produzione di acido lattico. Due sono i mezzi mediante i quali le cellule muscolari ottengono più O2 durante l’esercizio:

•  l’aumento del flusso sanguigno destinato al muscolo;
•  l’estrazione di una maggiore quantità di ossigeno da ciascuna unità di volume di sangue.

Modificazioni chimiche locali provocano una vasodilatazione delle arteriole, riducendo in tal modo la resistenza vascolare locale ed aumentando il flusso del sangue. Il risultato di questi fattori è che l’estrazione di O2 da parte dei muscoli in attività di esercizio aumenta in proporzione ai carichi di lavoro massivamente elevati, viene estratto praticamente tutto l’ossigeno disponibile.
In un soggetto normale, a livello del mare, l’aumento della ventilazione indotto dall’esercizio è perfettamente capace di assicurare la saturazione pressocchè completa dell’emoglobina anche durante l’attività strenua; di conseguenza la massima assunzione di ossigeno non trova la sua limitazione nel sistema respiratorio ma principalmente nel sistema cardiovascolare, ossia nella gettata cardiaca (motivo per cui la misurazione del massimo consumo di ossigeno rappresenta un valido indice della funzione cardio vascolare del soggetto). Ma a questo punto c’è da chiedersi: che cosa limita la gettata cardiaca durante l’esercizio? L’interazione tra frequenza e volume di scarica sistolica. Il volume di scarica aumenta con il carico di lavoro, benché non nella stessa miusura con cui aumenta la frequenza cardiaca, mna poi dimuniusce rispetto ai valori massimali raggiunti, a carichi di lavoro effettuati al di là della massima assunzione di ossigeno a causa di:

•  frequenza cardiaca molto elevata (che riduce il tempo di riempimento diastolico);
•  insufficienza di fattori periferici deputati a favorire il ritorno venoso (pompa muscolare, pompa respiratoria, venocostrizione, dilatazione arteriolare).

Il risultato netto è una diminuzione di volume telediastolico , il che provoca, in virtù della legge di Starling, una diminuzione del volume di scarica sistolica.
L’allenamento induce un aumento del volume della scarica sistolica e una diminuzione della frequenza cardiaca per ogni dato carico di lavoro. Si può supporre quindi che un programma di allenamento capace di far aumentare il massimo consumo di ossigeno possa offrire protezione contro il verificarsi di insulti cardiaci.